Descolarizzare la Società di Ivan Illich

Sicuramente l’analisi della scolarizzazione della società e la visione opposta proposta da Ivan Illich, eseguita già una quarantina di anni fa, ma sicuramente ancora attualissima, nel suo libro “Descolarizzare la Società”, rappresenta una pietra miliare del pensiero occidentale alle prese con la grande trasformazione culturale e tecnologica in atto. Un’analisi lucida ed impietosa dell’istituzionalizzazione.

La scuola obbligatoria, la scolarità prolungata, la corsa ai diplomi, l’università di massa: differenti aspetti di quel medesimo falso progresso che consiste nella preparazione di studenti orientati al consumo di programmi scolastici e di merci culturali studiate per imporre il conformismo sociale, l’obbedienza alle sue istituzioni e ai suoi manager.

Descolarizzare la società vuol dire, per Ivan Illich, sostituire un’educazione autentica ai rituali dell’educazione di massa per imparare finalmente a vivere attraverso la propria vita e nell’incontro con l’altro.

Non sì tratta solo di una rottura radicale e necessaria con un sistema di poteri e di saperi, ma di restituire all’uomo il gusto di inventare, creare e sperimentare la propria vita partecipando alla sfida della vivibilità del pianeta in questo tempo.

Ivan Illich oltre che chiarire molto bene le motivazioni che hanno spinto nel tempo molte famiglie a rifiutare l’Istituzione Scolastica propone spunti per un modello alternativo di grande stimolo.

Qui riporto alcuni passi salienti che ben si adattano al pensiero di molte famiglie sulla “nocività” dell’Istituzione Scolastica nel non permettere agli individui di potere esprimere e sviluppare i propri talenti e la propria unicità. E come invece la “Scuola Obbligatoria” imprigioni gli individui in un conformismo sociale precostituito.

Perchè dobbiamo abolire l’istituzione scolastica

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l’escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore. Le cure mediche vengono scambiate per protezione della salute, le attività assistenziali per miglioramento della vita comunitaria, la protezione della polizia per sicurezza personale, l’equilibrio militare per sicurezza nazionale, la corsa al successo per lavoro produttivo. Salute, apprendimento, dignità, indipendenza e creatività si identificano, o quasi, con la prestazione delle istituzioni che si dicono al servizio di questi fini, e si fa credere che per migliorare la salute, l’apprendimento ecc. sia sufficiente stanziare somme maggiori per la gestione degli ospedali, delle scuole e degli altri enti in questione.

In questo libro mostrerò che l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. […]

Oggi non è scolarizzata soltanto l’istruzione ma l’intera realtà sociale. […]

Dappertutto occorre «descolarizzare» non soltanto l’istruzione ma l’insieme della società.

Le burocrazie degli enti assistenziali rivendicano il monopolio professionale, politico e finanziario dell’immaginazione sociale, fissando i criteri mediante i quali si deve stabilire se una cosa è valida e fattibile. Questo monopolio è alla base della versione moderna della povertà. Ogni semplice bisogno per il quale si trovi una soluzione istituzionale permette di inventare una nuova classe di poveri e una nuova definizione della povertà. […]

Una volta che una società ha trasformato i bisogni fondamentali in richieste di beni di consumo prodotti scientificamente, la povertà si definisce secondo parametri che i tecnocrati possono modificare a proprio arbitrio. Sono poveri quelli che non sono riusciti in misura rilevante a tener dietro a qualche reclamizzato ideale consumistico. […]

Certo il dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa. La scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell’era tecnologica. Lo stato nazionale ha fatto propria questa religione arruolando tutti i cittadini in un programma scolastico graduato che porta a una successione di diplomi e che ricorda i rituali iniziatici e le ordinazioni sacerdotali di tempi lontani. Lo stato moderno si è assunto il compito di far rispettare le decisioni dei suoi educatori per mezzo di volonterosi funzionari addetti alla lotta contro gli evasori dall’obbligo scolastico e mediante i titoli di studio richiesti per ottenere un impiego, un po’ come i re spagnoli facevano applicare le decisioni dei loro teologi servendosi dei conquistadores e dell’Inquisizione. […]

La scuola non favorisce ne l’apprendimento ne la giustizia, perchè gli educatori insistono a mettere nello stesso sacco l’istruzione e i diplomi. L’apprendimento e l’assegnazione dei ruoli si fondono in una cosa sola. Ma apprendere significa acquisire in proprio una nuova capacità o una nuova conoscenza approfondita, mentre si è promossi grazie a un giudizio che altri si è formato. L’apprendimento è spesso un risultato dell’istruzione, ma la selezione per un ruolo o per una categoria nel mercato del lavoro dipende in misura sempre maggiore dalla mera durata della frequenza scolastica. […]

La più radicale alternativa alla scuola sarebbe una rete, o un servizio, che offrisse a ciascuno la stessa possibilità di mettere in comune ciò che lo interessa in quel momento con altri che condividono il suo stesso interesse. […]

Fino al secolo scorso i “bambini” della borghesia si formavano in casa, con l’aiuto di precettori e di scuole private. Solo con l’avvento della società industriale divenne possibile e fu messa alla portata delle masse la produzione in serie della “fanciullezza”. Il sistema scolastico è un fenomeno moderno come la fanciullezza da esso prodotta.[…]

La sapienza istituzionale ci dice che i bambini hanno bisogno della scuola. La sapienza istituzionale ci dice che i bambini imparano a scuola. Ma questa sapienza istituzionale è a sua volta un prodotto della scuola, perché il sano buonsenso ci fa notare che nella scuola si può insegnare soltanto ai bambini. Solo segregando degli esseri umani nella categoria della fanciullezza è possibile assoggettarli all’autorità di un insegnante. […]

Per definizione, i bambini sono allievi. La richiesta di un ambiente riservato alla fanciullezza crea un mercato sconfinato per gli insegnanti patentati. La scuola è un’istituzione basata sull’assioma che l’apprendimento è il prodotto dell’insegnamento. E la sapienza istituzionale continua ad accettare questo assioma, nonostante le prove schiaccianti che lo contraddicono.

Quasi tutto ciò che sappiamo lo abbiamo imparato fuori della scuola. Gli allievi apprendono la maggior parte delle loro nozioni senza, e spesso malgrado, gli insegnanti.

È fuori della scuola che ognuno impara a vivere. Si impara a parlare, a pensare, ad amare, a sentire, a giocare a bestemmiare, a far politica e a lavorare, senza, l’intervento di un insegnante. […]

Ai genitori poveri che vogliono mandare a scuola i loro bambini non interessa tanto ciò che impareranno quanto il diploma e i soldi che grazie al diploma potranno guadagnare. […]

Gli allievi hanno sempre attribuito a merito dei propri insegnanti ben poco di ciò che hanno imparato. Sia i brillanti che gli ottusi, per passare agli esami si sono sempre affidati alla memoria, allo studio e alla presenza di spirito, spinti dal bastone o dalla carota di una carriera ambita.

Le scuole creano posti di lavoro per gli insegnanti, indipendentemente da ciò che gli allievi ne imparano. […]

La sapienza istituzionale della scuola dice ai genitori, agli allievi e agli educatori che l’insegnante, se vuole insegnare, deve esercitare la propria autorità entro un recinto sacro. Ciò vale anche per l’insegnante i cui allievi trascorrano la maggior parte dell’orario scolastico in un’aula senza pareti.

La scuola, per sua stessa natura, tende a rivendicare e assorbire totalmente il tempo e le energie di chi ne fa parte. Di conseguenza, l’insegnante si trasforma in custode, predicatore e terapeuta.

In ciascuno di questi tre ruoli l’insegnante fonda la propria autorità su una prerogativa diversa. Come insegnante-custode funge da cerimoniere, che guida gli allievi nei labirintici meandri di un lungo rituale. Vigila sull’osservanza delle regole e gestisce le complicate norme dell’iniziazione alla vita. Nei casi migliori, predispone il terreno adatto all’acquisizione di qualche capacità particolare, come hanno sempre fatto i maestri di scuola: senza illudersi di produrre una profonda cultura, addestra meccanicamente i propri allievi ad alcune tecniche basilari.

Come insegnante-moralista si sostituisce ai genitori, a Dio o allo stata. Catechizza l’allievo su ciò che è giusto o inammissibile, non soltanto a scuola ma nella società in genere. Sta in loco parentis per ciascun ragazzo e garantisce in tal modo che tutti si sentano figli dello stesso stato.

Come insegnante-terapeuta si ritiene autorizzato a frugare nella vita privata dell’allievo per aiutarlo a crescere come persona. Ma questa funzione, esercitata da chi si sente anche custode e predicatore, comporta di solito che egli persuada l’allievo ad accettare passivamente la sua visione della verità e le sue idee su ciò che è bene.

Dai rapporti insegnante-allievo sono infatti escluse tutte le salvaguardie della libertà individuale. Quando il professore riassume nella propria persona le funzioni di giudice, ideologo e medico, il tratto fondamentale della società viene ad essere deformato proprio da quel processo che dovrebbe preparare alla vita. L’insegnante che detiene questi tre poteri contribuisce alla distorsione del bambino assai più delle leggi che sanciscono la sua minorità giuridica o economica o limitano i suoi diritti di riunione o di movimento. […]

Soltanto gli insegnanti e i preti sono, fra i professionisti, quelli che si sentono in diritto d’entrare nelle faccende private dei loro clienti nell’atto stesso in cui predicano a un uditorio che è loro prigioniero.

Il bambino, quando si trova di fronte a quel prete secolare che è l’insegnante, non è protetto ne dal primo ne dal quinto emendamento della Costituzione del suo paese. Deve affrontare un uomo che porta in testa un’invisibile triplice corona simile alla tiara papale, simbolo di una triplice autorità riunita in una sola persona. Per il bambino l’insegnante pontifica come pastore, come profeta e come prete: è contemporaneamente guida, maestro e ministro di un rito sacro. Riunisce in se le prerogative dei papi medievali

Sotto l’occhio autoritario dell’insegnante, parecchi ordini di valori si riducono a uno solo. Le distinzioni tra morale, legalità e dignità personale si attenuano sino a sparire. Ogni trasgressione viene fatta sentire come un cumulo di mancanze: il colpevole è tenuto a rendersi conto che, in un solo colpo, ha violato una regola, si è comportato in modo immorale e si è screditato. […]

L’obbligo della frequenza fa sì che l’aula scolastica funga da magico utero, dal quale il bambino è periodicamente rilasciato al termine della giornata o dell’anno scolastico finchè non viene definitivamente espulso nella vita adulta. […]

La scuola inizia, inoltre, al mito del consumo illimitato. Questo mito moderno si fonda sulla convinzione che il processo debba inevitabilmente produrre cose di valore e che la produzione produca quindi necessariamente una richiesta. La scuola ci insegna che l’istruzione produce l’apprendimento. L’esistenza delle scuole produce la richiesta di scolarizzazione. Una volta che abbiamo imparato ad aver bisogno della scuola, tutte le nostre attività tendono ad assumere la forma di un rapporto clientelare con altre istituzioni specializzate. Una volta screditato l’autodidatta, ogni attività non professionale diventa sospetta. A scuola ci insegnano che un’istruzione valida è il risultato della frequenza; che il valore dell’apprendimento aumenta proporzionalmente all’input, alla quantità di nozioni immesse e, infine, che questo valore può essere misurato e documentato da voti e diplomi.

In realtà l’apprendimento è l’attività umana che ha meno bisogno di manipolazioni esterne. In massima parte, non è il risultato dell’istruzione, ma di una libera partecipazione a un ambiente significante. Quasi tutte le persone imparano meglio “stando dentro” le cose, eppure la scuola le porta a identificare l’accrescimento della propria personalità e delle proprie conoscenze con una elaborata pianificazione e una complessa manipolazione.

Una volta che ha accettato la necessità della scuola, un uomo, o una donna che sia, diventa facile preda altre istituzioni. Una volta che hanno permesso che la loro immaginazione venisse plasmata da un insegnamento rigidamente pianificato, i giovani sono inevitabilmente condizionati ad accettare qualsiasi forma di pianificazione istituzionale.

La cosiddetta istruzione soffoca gli orizzonti della loro immaginazione. Non è neppure da dire che vengano traditi, ma semplicemente sono defraudati, perché gli è stato insegnato a sostituire le aspettative alla speranza. Non avranno più sorprese, buone o cattive, dagli altri, perché gli è stato insegnato che cosa possono aspettarsi da qualunque persona che abbia ricevuto il loro stesso insegnamento. Da qualunque persona come da qualunque macchina.

Questo trasferimento di responsabilità dall’individuo all’istituzione, specie quando lo si è accettato come un obbligo, è una garanzia di regresso sociale. […]

Il mito della misurazione dei valori

I valori istituzionalizzati che la scuola inculca sono valori quantificati. La scuola inizia i giovani a un mondo dove tutto è misurabile, compresa la loro immaginazione e anzi l’uomo stesso. […]

La scuola pretende di frantumare l’apprendimento in “materie”, di immettere nel cervello dell’allievo un programma fatto di questi blocchi prefabbricati e di misurare il risultato su una bilancia internazionale. […]

Chi ha imparato dalla scuola a misurare si lascia sfuggire di mano le esperienze non misurabili; ciò che non può essere misurato diventa per lui secondario o minaccioso. Per questo, non occorre privarlo della sua creatività; l’istruzione gli ha già fatto disimparare a “fare” ciò di cui sarebbe capace o a “essere” se stesso e lo ha portato a dare valore soltanto a quel che è stato, o potrebbe essere, fatto.

Una volta che gli sia stata ben inculcata l’idea che i valori possono essere prodotti e misurati, egli tende ad accettare qualunque sistema di classificazione.

[…] accade spesso che gli studenti mentalmente sani raddoppino la loro resistenza all’insegnamento quando si accorgono di essere sempre più totalmente manipolati. Questa resistenza non dipende dai metodi autoritari della scuola pubblica o da quelli suadenti di certe scuole libere, ma dalla concezione fondamentale che è comune a tutte le scuole: l’idea che sia il giudizio di una persona a stabilire ciò che un’altra persona deve imparare e quando. […]

La scuola sembra particolarmente adatta a diventare la chiesa universale della nostra cultura in decomposizione. […]

La scuola serve efficacemente a creare e difendere il mito sociale grazie alla sua struttura di gioco rituale di promozioni graduate.

L’ammissione a questo rituale di gioco è molto più importante di ciò che si insegna o del modo in cui lo si insegna. È il gioco in se che ammaestra, che entra nel sangue, che diventa un abito mentale. Tutta una società viene iniziata al mito del consumo illimitato di servizi. Al punto che la partecipazione simbolica al rituale senza fine diventa obbligatoria e coercitiva dappertutto. La scuola incanala la rivalità rituale in un gioco internazionale che obbliga i concorrenti a incolpare dei mali del mondo coloro che non possono o non vogliono giocare. È un rituale d’iniziazione che introduce il neofita alla corsa sacra del consumo progressivo, un rituale di propiziazione i cui sacerdoti accademici fanno da mediatori tra i fedeli e gli dèi del privilegio e del potere, un rituale di espiazione che sacrifica i suoi disertori, quali capri espiatori del sottosviluppo.

Persino quelli che, nel migliore dei casi, trascorrono a scuola alcuni anni – … – imparano a sentirsi in colpa per il loro sottoconsumo scolastico. […]

La scuola fa dell’alienazione una preparazione alla vita, togliendo così realtà all’istruzione e creatività al lavoro. Con l’insegnare la necessità di assoggettarsi all’insegnamento, prepara all’istituzionalizzazione alienante della vita. Una volta imparata questa lezione, le persone perdono l’incentivo a svilupparsi in modo indipendente, non trovano più niente che le attragga nello stato di reciproca relazione e si chiudono alle sorprese che la vita offre quando non è predeterminata dalIa delimitazione istituzionale. E la scuola, direttamente o indirettamente, impiega una percentuale importante della popolazione. O tiene con se una persona per tutta la vita o fa in modo che essa si inserisca saldamente in qualche altra istituzione.

La nuova chiesa universale è l’industria del sapere, che per un numero crescente di anni fornisce all’individuo sia l’oppio sia il banco di lavoro. Per questo la descolarizzazione è la premessa indispensabile di qualunque movimento per la liberazione dell’uomo. […]

La scuola ci tocca cosi intimamente che nessuno di noi può sperare di liberarsene con un aiuto esterno.

Sono sue vittime anche molti sedicenti rivoluzionari. Per loro persino la “liberazione” deve essere il prodotto di un processo istituzionale. […]

La dissonanza che caratterizza molti giovani d’oggi non è tanto un fatto conoscitivo quanto una questione d’atteggiamento, la sensazione di ciò che una società sopportabile non può essere. La cosa veramente sorprendente di questa dissonanza è che un grandissimo numero di persone riesce a tollerarla.

Questa capacità di perseguire obiettivi assurdi esige una spiegazione. […]

Fin quando un individuo non sia esplicitamente consapevole della natura rituale del processo mediante il quale egli viene iniziato alle forze che regolano il suo cosmo, non gli è possibile spezzare l’incantesimo e foggiare un cosmo nuovo. Fin quando non ci renderemo conto del rituale con il quale la scuola plasma il consumatore progressivo – risorsa numero uno dell’economia – non potremo nè spezzare l’incantesimo di questa economia nè foggiarne una nuova. […]

Quasi tutte le alternative proposte convergono verso obiettivi che sono immanenti alla produzione dell’uomo cooperativo capace di soddisfare i suoi bisogni individuali attraverso la propria specializzazione nell’ambito del sistema americano. Si tratta cioè di alternative orientate verso un miglioramento di quella che – in mancanza di un termine migliore – io chiamo la società scolarizzata. Neanche i critici apparentemente più radicali del sistema scolastico intendono rinunciare all’idea di avere un obbligo […]

Ciò si collega all’assunto che l’uomo sociale nasce soltanto nell’adolescenza, e nasce nella maniera giusta solo maturando nel ventre della scuola, […]

In questo saggio intendo dimostrare che il contrario della scuola è possibile; che possiamo affidarci a un apprendimento autonomo invece di assumere insegnanti che allettino o costringano lo studente a trovare il tempo e la voglia d’imparare; che possiamo fornire al discente nuovi agganci con il mondo anziché continuare a somministrare tutti i programmi didattici attraverso l’imbuto dell’insegnante.

Dappertutto il programma occulto della scolarizzazione inizia il cittadino al mito dell’efficienza e benevolenza delle burocrazie guidate dalla conoscenza scientifica. Dappertutto questo stesso programma istilla nell’allievo il mito che una produzione maggiore assicurerà una vita migliore. E dappertutto crea l’abitudine al consumo frustrante di servizi e alla produzione alienante, l’assuefazione a dipendere dalle istituzioni e l’accettazione delle gerarchie istituzionali. Il programma occulto della scuola realizza tutto questo nonostante gli sforzi in senso contrario intrapresi dagli insegnanti e qualunque sia i l’ideologia dominante.[…]

In altri termini, le scuole sono sostanzialmente simili in tutti i paesi, siano essi fascisti, democratici o socialisti, ricchi o poveri, grandi o piccoli. L’identità dei sistemi scolastici ci costringe a riconoscere la profonda identità, su scala mondiale, del mito, dei modi di produzione e dei metodi per il controllo della società, nonostante la grande varietà di mitologie nelle quali il mito si esprime. […]

Caratteristiche generali delle nuove istituzioni didattiche formali

Un buon sistema didattico dovrebbe porsi tre obiettivi: assicurare a tutti quelli che hanno voglia d’imparare la possibilità d’accedere alle risorse disponibili, in qualsiasi momento della loro vita; permettere, a tutti quelli che vogliono comunicare ad altri le proprie conoscenze, di incontrare chi ha voglia di imparare da loro; offrire infine a tutti quelli che vogliono sottoporre a pubblica discussione un determinato problema la possibilità di render noto il loro proposito. Un tale sistema esigerebbe l’applicazione di alcune garanzie costituzionali all’istruzione. I discenti non dovrebbero essere costretti ad assoggettarsi a un programma obbligatorio, o discriminati in base al possesso di un certificato o di un diploma. […]

Per indicare i modi specifici di assicurare l’ accesso a ognuna di queste quattro serie di risorse, parlerò di “trame di possibilità” […]

Le risorse didattiche …

1. Servizi per la consultazione di oggetti didattici che facilitino l’accesso alle cose o ai processi usati per l’apprendimento formale. Tali risorse possono essere in parte riservate a questo scopo e conservate in biblioteche, agenzie di noleggio, laboratori e sale d’esposizione come i musei e i teatri; oppure adoperate quotidianamente nelle fabbriche, negli aeroporti o nelle fattorie, ma messe a disposizione degli studenti, siano essi apprendisti o frequentatori fuori orario.

2. Centrali delle capacità – che permettano agli individui di esporre le proprie capacità, le condizioni che pongono per servire da modelli a chi vuole impararle, e gli indirizzi ai quali sia possibile reperirli.

3. Assortimento degli eguali – cioè una rete di comunicazione che permetta alle persone di descrivere il tipo di apprendimento cui vogliono dedicarsi, nella speranza dl trovare un compagno di ricerca.

4. Servizi per la consultazione di educatori in genere – professionisti, para professionisti e liberi operatori, che potrebbero essere elencati in una guida con l’indirizzo, una descrizione fatta dagli stessi interessati e le condizioni per accedere ai loro servizi. Questi professionisti, come vedremo, potrebbero essere scelti mediante un voto o una consultazione dei loro ex clienti. […]

Descolarizzare significa abolire il potere di una persona di costringere un’altra a partecipare a una riunione.[…]

I creatori e i gestori delle reti dovrebbero invece dar prova del proprio ingegno sottraendo se stessi, e gli altri, al controllo di terzi e facilitando gli incontri tra studenti, dimostratori, consulenti e oggetti didattici. […]

Costituendosi le reti da me descritte, toccherebbe a ogni studente la scelta del proprio itinerario didattico che solo retrospettivamente assumerebbe le caratteristiche di un programma riconoscibile come tale. […]

Mentre gli amministratori delle reti si dedicherebbero soprattutto alla costruzione e manutenzione delle vie d’accesso alle risorse, il pedagogo aiuterebbe lo studente a trovare il cammino atto a portarlo il più rapidamente possibile alla sua meta. […]

1. Liberare l’accesso alle cose, sopprimendo il controllo che oggi persone e istituzioni esercitano sui loro valori didattici.

2. Liberare la trasmissione delle capacità, riconoscendo a chi ne faccia richiesta la libertà di insegnarle o esercitarle.

3. Liberare le risorse critiche e creative della gente, restituendo ai singoli la possibilità di indire e tenere riunioni, possibilità che oggi è sempre più monopolizzata da istituzioni che pretendono di parlare in nome di tutti.

4. Liberare l’individuo dall’obbligo di adattare le proprie aspettative ai servizi offerti da una professione costituita, fornendogli la possibilità di attingere dall’esperienza dei suoi eguali e di affidarsi all’insegnante, alla guida, al consulente o al guaritore da lui stesso scelto. La descolarizzazione della società farà inevitabilmente sbiadire le distinzioni tra economia, istruzione e politica sulle quali si fondano oggi la stabilità dell’ordine mondiale e quella delle singole nazioni. […]

RINASCITA DELL’UOMO EPIMETEICO

[…]

Per capire ciò che questo vuol dire dobbiamo riscoprire la differenza tra speranza e aspettativa. Speranza, nell’accezione più pregnante, indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre aspettativa, nel senso in cui utilizzerò questo termine, è contare su risultati programmati e controllati dall’uomo. La speranza concentra il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono. L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. Oggi l’ethos prometeico ha messo in ombra la speranza. […]

La Pandora originaria venne mandata sulla terra con un vaso che conteneva tutti i mali, e in più, come unico bene, la speranza. Era in questo mondo di speranza che viveva l’uomo primitivo. Egli confidava, per sopravvivere, nella munificenza della natura, nelle elargizioni degli dèi e negli istinti della sua tribù. I greci dell’epoca classica cominciarono a sostituire alla speranza le aspettative. Nella loro versione del mito, Pandora liberava sia i mali che i beni; ma essi la ricordavano soprattutto perché aveva sguinzagliato i mali nel mondo. […]

I greci raccontavano anche la storia di due fratelli, Prometeo e Epimeteo. Il primo consigliò all’altro di star lontano da Pandora; ma l’altro non gli diede retta e la sposò. Nella Grecia classica il nome “Epimeteo”, che significa “colui che capisce a posteriori”, era considerato un sinonimo di “sciocco” o di “ottuso”.

[…]costruirono una società razionale e autoritaria. Escogitarono istituzioni con le quali contavano di tener testa ai mali scatenati. Scoprirono il loro potere di plasmare il mondo e di fargli produrre servizi che impararono anche ad aspettarsi. Vollero che le proprie necessità e le future esigenze dei loro figli fossero conformate alle loro opere. Divennero legislatori, architetti e scrittori, crearono costituzioni, città e opere d’arte perché servissero da modelli alla loro progenie. Mentre l’uomo primitivo aveva adoperato una partecipazione mitica ai sacri riti per iniziare gli individui alle tradizioni della società, i greci dell’età classica riconoscevano come veri uomini solo quei cittadini che si lasciavano adattare dalla paideia (educazione) alle istituzioni create dai loro avi. L’evoluzione del mito rispecchia il passaggio da un mondo in cui si interpretavano i sogni a un mondo in cui si facevano oracoli. […]

L’uomo si assunse la responsabilità delle leggi sotto cui voleva vivere e quella di modellare l’ambiente a propria immagine. L’iniziazione primitiva alla vita mitica attraverso la Madre Terra si trasformò nell’educazione (paideia) del cittadino capace di sentirsi a proprio agio nel foro. Per il primitivo il mondo era governato dal fato, dai fatti e dalla necessità. Sottraendo il fuoco agli dèi, Prometeo tramutò i fatti in problemi, revocò in dubbio la necessità e sfidò il fato. L’uomo classico formò un contesto civilizzato per una prospettiva umana. Era conscio di potere, sì, sfidare il fato, la natura e l’ambiente, ma solo a proprio rischio. L’uomo contemporaneo va oltre: tenta di creare il mondo a propria immagine, di costruire un ambiente prodotto totalmente dall’uomo, e poi s’accorge che può farlo solo a patto di rifare continuamente se stesso per adattarsi ad esso. Dobbiamo ora guardare in faccia la realtà: è l’uomo stesso che è in gioco.

Tutto ciò che c’è di buono è il prodotto di qualche istituzione specializzata. Sarebbe assurdo chiedere qualcosa che nessuna istituzione può produrre.

L’uomo il quale sa che tutto quanto è richiesto viene prodotto, ben presto finisce per aspettarsi che niente di ciò che viene prodotto possa non essere richiesto. Se si può progettare un veicolo lunare, altrettanto è concepibile la richiesta di andare sulla luna. Non andare dove si può andare sarebbe sovversivo. Smaschererebbe la follia del principio che ogni richiesta soddisfatta comporti la scoperta di una richiesta ancor maggiore che chiede di essere soddisfatta a sua volta. Una rivelazione del genere arresterebbe il progresso. Non produrre ciò che è possibile metterebbe in luce che la legge delle “aspettative crescenti” è un eufemismo per indicare un abisso di frustrazione sempre più profondo, che è il vero motore di una società fondata sulla coproduzione di servizi e di accresciuta domanda.

Un mondo di richieste sempre crescenti non è semplicemente un male, lo si può soltanto definire un inferno.

L’uomo ha conquistato il potere frustrante di chiedere qualunque cosa perché non riesce a immaginare niente che non possa essergli fornito da un’istituzione. Circondato da strumenti onnipotenti, è ridotto a essere uno strumento dei propri strumenti.

L’uomo è intrappolato nelle scatole da lui costruite per racchiudervi i mali che Pandora si lasciò scappare.

Ci troviamo all’improvviso nel buio di una trappola fabbricata da noi stessi.

L’uomo ha il potere di far sì che Caos travolga sia Eros sia Gaia. Questo suo nuovo potere ci ricorda costantemente che le nostre istituzioni non soltanto si creano i propri fini, ma possono anche porre fine a se stesse e a noi.

La scuola è diventata il processo programmato che attrezza l’uomo per un mondo programmato, il principale strumento per chiudere l’uomo nella sua stessa trappola; il suo fine dichiarato è di portare ognuno a un livello adeguato per poter svolgere una parte in questo gioco mondiale. Inesorabilmente, coltiviamo, curiamo, produciamo e scolarizziamo il mondo per farlo morire.

L’affidamento al processo istituzionale ha però finito furtivamente per sostituire la fiducia nella buona volontà dell’individuo. Il mondo ha perduto, la sua dimensione umana per ritrovare l’inesorabilità dei fatti e la fatalità che caratterizzavano le epoche primitive. Ma mentre il caos dei barbari trovava costantemente un suo ordine nel nome di dèi misteriosi e antropomorfici, oggi solo la pianificazione umana può fornire una ragione del fatto che il mondo è quello che è. L’uomo è diventato il trastullo di scienziati, ingegneri e pianificatori.

Lo stato d’animo dei giorni in cui viviamo è propizio a una svolta fondamentale nella ricerca di un futuro che sia aperto alla speranza.

La massa dei consumatori comincia ad accorgersi che quanto più può comprare, tante più delusioni le tocca ingoiare.

Non semplicemente qualche parte, ma la logica stessa della saggezza convenzionale comincia a essere revocata in dubbio.

La natura diventa ovunque venefica, la società disumana, mentre si viola la vita interiore e si soffocano le vocazioni personali.

Una società che istituzionalizza i valori identifica la produzione di beni e servizi con la richiesta dei medesimi. Nel prezzo del prodotto è compreso il condizionamento che ti porta ad aver bisogno di quel prodotto. La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com’è.

Una volta che i valori sono stati istituzionalizzati in processi programmati e meccanizzati, i membri della società moderna credono che il vivere bene consista nell’avere istituzioni che definiscano i valori di cui essi e la loro società ritengono d’aver bisogno. Il valore istituzionale può essere definito come il livello di produzione di una istituzione. Il valore corrispondente di un uomo si misura secondo la sua capacità di consumare e degradare questi prodotti istituzionali, e di creare in tal modo una nuova – e anche maggiore – richiesta. Il valore dell’uomo istituzionalizzato dipende dalle sue capacità di inceneritore. Per usare un’immagine: egli è diventato l’idolo delle sue opere. L’uomo definisce ormai sè stesso come la fornace che brucia i valori prodotti dai suoi stessi utensili. E questa sua capacità non ha limiti. Il suo è l’atto di Prometeo portato all’estremo.

Gli sforzi per arrivare a un nuovo equilibrio nell’ambiente globale dipendono dalla disistituzionalizzazione dei valori.

Il dubbio che nel concetto di homo faber vi sia qualcosa di strutturalmente sbagliato si va sempre più diffondendo in una minoranza sparsa in tutti i paesi,

ssi sono giunti a diffidare dei miti della maggioranza: delle utopie scientifiche, del diabolismo ideologico e dell’aspettativa del giorno in cui beni e servizi saranno distribuiti con una certa eguaglianza. Hanno in comune con la maggioranza la sensazione d’essere in trappola e, ancora, la consapevolezza che quasi tutte le nuove scelte politiche adottate con vasto consenso approdano regolarmente a risultati che sono clamorosamente opposti ai loro fini dichiarati. Ma mentre la maggioranza prometeica degli aspiranti esploratori spaziali continua a non affrontare il problema strutturale, la minoranza emergente critica il deus ex machina scientifico, la panacea ideologica e la caccia ai diavoli e alle streghe, e comincia a dar forma al proprio sospetto che le nostre continue illusioni ci leghino alle istituzioni contemporanee come le catene legavano Prometeo alla roccia. Una fiducia piena di speranza e l’ironia classica (eironeia) devono allearsi per denunciare l’inganno prometeico.

Si ritiene di solito che Prometeo significhi “il preveggente” o anche “colui che fa avanzare la stella polare”. Egli sottrasse abilmente agli dèi il monopolio del fuoco, insegnò agli uomini a servirsene per forgiare il ferro, divenne il dio dei tecnologi e finì legato a ferree catene.

Dalla prospettiva dell’uomo giunto sulla luna, Prometeo potrebbe riconoscere nell’azzurra e splendente

Gaia il pianeta della speranza e l’arca dell’umanità. Una nuova consapevolezza dei limiti della Terra e una nuova nostalgia possono oggi aprire gli occhi agli uomini e portarli a condividere la scelta di Epimeteo che sposando Pandora sposò la Terra.

A questo punto il mito greco diventa una profezia carica di speranze, perché ci dice che il figlio di Prometeo era Deucalione, il timoniere dell’arca che, come Noè, resistette al diluvio e diventò padre di una nuova umanità, che egli fece con la terra unitamente a Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora. Incominciamo così a capire che in realtà il pythos che Pandora ricevette dagli dèi è il contrario di una scatola: è il nostro vascello, la nostra arca.

Abbiamo ora bisogno di un nome per chi crede più nella speranza che nelle aspettative. Abbiamo bisogno di un nome per chi ama più la gente dei prodotti, per chi crede che

Non ci sono uomini poco interessanti. Sono i loro destini storie di pianeti. Tutto, nel singolo destino, è singolare,

e non c’è un altro pianeta che gli somigli.

Abbiamo bisogno di un nome per chi ama la terra sulla quale tutti possono incontrarsi.

Ma se qualcuno è vissuto inosservato – e di questo s’è fatto un amico –

tra gli uomini è stato interessante anche col suo passare inosservato.

Abbiamo bisogno di un nome anche per chi collabora con il proprio fratello prometeico ad accendere il fuoco e a foggiare il ferro, ma lo fa per accrescere la propria capacità di assistere, curare e aiutare gli altri, sapendo che

Ognuno

ha un mondo misterioso

tutto suo e in esso c’è l’attimo più bello

e l’ora più angosciosa,

solo che noi non ne sappiamo niente.

Propongo che questi fratelli e sorelle pieni di speranza vengano chiamati uomini epimeteici.

L’Istituzione Scolastica in questo momento storico di cambiamento … sentendo franare sotto i suoi piedi il proprio ruolo centrale di mantenimento di uno status sociale ormai fallito e in sgretolamento … come un drago ferito … da gli ultimi colpi di coda a chi si sottrae alla sua manipolazione… imponendo a tutti i costi la sua logica di programmi, giudizi e diplomi … scagliandosi contro chi osa sfidare la sua autorità … tacciandolo di “genitore non affidabile” … in un delirio di autoreferenzialità e di onnipotenza …